Tote nach verweigerter Verlegung
Diana Blefari Melazzi, Militante aus einer Nachfolgeorganisation der Roten Brigraden, die 2002 den Arbeitsrechtler Biagi tötete, wurde tot im Gefändnis aufgefunden. Ihre Anwälte hatten wegen einer Depression seit April ihre Verlegung in eine psychiatrische Klink gefordert.
http://www.suedtirolnews.it/d/artikel/2009/11/01/terroristin-diana-blefari-melazzi-der-roten-brigaden-erhaengt-sich.html Wie italienische Nachrichtenagentur ANSA berichtetet, erhängte sich die gebürtige Römerin Diana Blefari Melazzi am späten Samstagabend mit einem Strick aus zusammengeknoteten Bettlaken.
Melazzi saß im römischen Gefängnis ?Rebibbia" eine lebenslange Haftstrafe wegen Mordes an dem Regierungsbeamten Marco Biagi ab. Ihre Anwälte hatten bereits mehrfach gefordert, die Verurteilte wegen ihres schlechten Zustands in eine psychiatrische Anstalt zu überweisen.
Biagi, Professor für Arbeitsrecht und Berater des Arbeitsministeriums, war am 19. März 2002 in Bologna erschossen worden. Zu dem Attentat bekannten sich die "Neuen Roten Brigaden" - in Anlehnung an die Terrororganisation "Rote Brigaden", die in den 1970er und 1980er Jahren zahlreiche Mordanschläge verübt hatte. Die lebenslange Haftstrafe für Melazzi war am vergangenen Dienstag in letzter Instanz vom Kassationsgericht in Rom bestätigt worden.
http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/suicidio-brigatista/suicidio-brigatista/suicidio-brigatista.html Durante la detenzione era caduta in uno stato di profonda depressione
Nel pomeriggio gli era stato notificato il verdetto della Cassazione
Si suicida in carcere la neo Br Blefari condannata per l'omicidio Biagi
Ad aprile una perizia psichiatrica l'aveva ritenuta capace di stare in giudizio
I legali: "Disagio sottovalutato, ma non siamo stati creduti". La Procura apre un'inchiesta
ROMA - La neobrigatista Diana Blefari Melazzi, in carcere per l'omicidio del professor Marco Biagi nel 2002, si è suicidata. Ieri sera, dopo che le era stata notificata la sentenza della Cassazione, ha tagliato le lenzuola, le ha annodate con cura facendo un cappio e si è impiccata nella cella di Rebibbia.
La donna, che nel giorno dell'arresto si era dichiarata "militante rivoluzionaria del partito comunista combattente", era l'affittuaria del covo di via Montecuccoli, un appartamento dove i terroristi responsabili della morte di Biagi e D'Antona custodivano un arsenale con 100 chili di esplosivo e l'archivio delle "Nuove Brigate Rosse". Riconosciuta come "la compagna Maria" - che Cinzia Banelli indicò fra le staffette che seguirono il professor Biagi la sera dell'omicidio - alla Blefari sono stati attribuiti il noleggio del furgone usato per la preparazione dell'omicidio e la partecipazione al pedinamento a Modena. Sul suo portatile fu rivenuto anche il file con la rivendicazione dell'omicidio.
Inizialmente si era mostrata sicura di sé, ricalcando l'atteggiamento già assunto da Nadia Desdemone Lioce, la mente della nuova organizzazione terroristica. Ben presto però le certezze si erano incrinate, lasciando spazio a un profondo stato di prostrazione psichica. Il giorno della condanna in primo grado fece a pezzi tutto quello che riuscì ad afferrare. Una scena violentissima, seguita da astenia, autoisolamento, rifiuto del cibo e dei liquidi.
I medici di Rebibbia chiesero un trattamento sanitario obbligatorio "in altra struttura più idonea", essendo concreto, così scrissero, il pericolo di vita per la detenuta. L'ultima perizia psichiatrica è datata aprile. Era stata disposta per verificare la sua capacità di stare in giudizio e quella di intendere e di volere, dopo che la terrorista aveva aggredito un agente di polizia penitenziaria.
Dopo la condanna in primo e secondo grado la Suprema Corte, il 7 dicembre 2007, aveva annullato con rinvio la sentenza d'appello emessa nei suoi confronti sottolineando vizi di motivazione sulla sua condizione psichica. L'Appello aveva riesaminato il caso disponendo una perizia psichiatrica con la quale era stata accertata la capacità dell'imputata di stare in giudizio. L'ergastolo era quindi stato confermato il 27 ottobre, e ieri pomeriggio il verdetto le era stato notificato in cella, nella sezione di Rebibbia dov'era in transito in attesa di tornare a Sollicciano (Firenze).
Dopo poche ore, attorno alle 22.30, utilizzando lenzuola tagliate e annodate, Diana Blefari Melazzi si è tolta la vita. Ad accorgersi quasi subito dell'accaduto sono stati gli agenti di polizia penitenziaria: hanno provato a rianimarla senza però riuscirvi.
La Procura di Roma ha aperto un'inchiesta per chiarire le cause del suicidio e ha disposto l'autopsia. L'indagine per ora è senza indagati, ma potrebbe essere riesaminato l'intero iter giudiziario della Blefari in considerazione della sua presunta patologia psichica, come emerso in questi anni dalle numerose richieste di consulenze. Aperta dal ministro della Giustizia Angelino Alfano anche un'inchiesta amministrativa.
"Siamo sotto choc, abbiamo fatto tante battaglie, abbiamo cercato in tutti i modi di far riconoscere il suo profondo disagio. Ora è troppo tardi", commenta l'avvocato Caterina Calia. Il suo collega Valerio Spigarelli ammette di essere sconvolto così come non gli era mai capitato. "Era un suicidio prevedibile - fa eco il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni - Le mie collaboratrici mi dicevano che era un caso drammatico". Della stessa opinione Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone, che si batte per i diritti dei detenuti: "E' il sessantesimo caso di suicidio in carcere dall'inizio dell'anno, si tratta dunque di un emergenza a cui va data urgentemente una risposta". La polizia penitenziaria, prima ancora che qualcuno sollevi dubbi sulla vigilanza della detenuta, fa sapere tramite una nota del sindacato Osapp: "Non abbiamo bisogno altre polemiche. Rebibbia è uno dei carceri più grandi d'Europa con il maggior disavanzo a livello di personale".
(1 novembre 2009) Tutti gli articoli di cronaca
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Ergänzungen
da haben wir die nächste
die berichterstattung zu diana blefari melazzi ist noch sehr dünn, ein artikel ist aber inzwischen erschienen, der etwas mehr hergibt, als der oben einkopierte:
noch was
... und noch was
ab und an stirbt dann jemand. in gut sechs jahren (2002 bis 20. januar 2008) sind nach angaben des vereins papillon 1218 menschen hinter gittern gestorben. ein drittel der toten hatte sich das leben genommen. in einer reihe von fällen wurde nie befriedigend geklärt, weshalb die häftlinge gestorben sind. ihre genaue zahl schwebt im dunkeln, weil nicht alle angehörigen seltsame todesumstände hinterfragen, und richtig in frage gestellt haben die allerwenigsten angehörigen, wie genau ihre leute gestorben waren. wer das gtan hat, ist selbst immer gegen mauern gelaufen und durch mediale spießruten, die zum verzweifeln waren.
vernachlässigung
zwei updates
2: der gefangenenbeaufragte der region lazio hat mitgeteilt, dass mit einem selbstmord zu rechnen war und daran erinnert, dass er im november 2007 bereits auf die gefährliche situation hingewiesen hatte:
Jailed Red Brigades member kills self
11/1/2009, 7:36 a.m. PST
The Associated Press
(AP) — ROME - A member of the radical leftist Red Brigades terror group who was sentenced to life for the 2002 killing of a government consultant has killed herself in jail, her lawyer said Sunday.
Diana Blefari Melazzi hung herself with her bedsheet and was discovered around 10:30 p.m. Saturday in her cell in Rome's Rebibbia prison's isolation ward, the ANSA news agency reported.
Her lawyer, Caterina Calia, said she had petitioned the courts for over four years to have Blefari hospitalized because she suffered such serious psychiatric problems. "All our motions were rejected," she said, adding that her client's suicide was almost inevitable given the conditions of her imprisonment.
Noch ein toter Gefangener
Foto di Diana
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